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Accordi di libero scambio, rivoluzionano il commercio ma le PMI non sono pronte

L’export italiano sta vivendo una fase di costante crescita. La capacità delle imprese di espandersi nei mercati internazionali, la realizzazione di prodotti di qualità di indiscusso valore e la forza del marchio “Made in Italy” rendono l’Italia il terzo Paese europeo per esportazioni. Nel 2023 le vendite oltre confine supereranno i 660 miliardi di euro, grazie a una crescita attesa del 6,8%. La crescita dell’export del nostro Paese pone in primo piano l’importanza dei processi di internazionalizzazione e il tema delle competenze e della formazione. Di particolare importanza è, soprattutto, la conoscenza delle norme che regolano il commercio internazionale nell’ambito degli accordi di libero scambio ovvero i Free Trade Agreements (Fta). Nel mondo sono in vigore 361 Fta, che non solo consentono di beneficiare di esenzioni o riduzioni daziarie ma che oggi rappresentano uno dei pilastri su cui si basa il commercio globale.

Gli accordi di libero scambio sono infatti una delle conseguenze del cambio di paradigma nello scenario geopolitico ed economico internazionale. Il disaccoppiamento (decoupling) tra l’economia Usa e quella cinese, la pandemia, le guerre diffuse, il consolidarsi dell’alleanza tra Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), sono alla base di un cambiamento epocale, con la distruzione di molte catene produttive consolidate, basate sull’esternalizzazione e sul modello Cina come “fabbrica del mondo”. Le catene del valore internazionali e l’economia mondiale si stanno “regionalizzando” ossia si affermano politiche di consolidamento di relazioni politiche ed economiche tra alcuni Paesi, escludendone altri. Una di queste politiche è il Free Trade Agreement: trattato che possono stringere alcuni singoli Paesi o una serie di Paesi di una specifica area del mondo.

L’Unione europea ha siglato 42 accordi di libero scambio con 74 Paesi extra-Ue e oltre il 44% del commercio extra-Ue interviene con Paesi che hanno sottoscritto Free trade agreements con l’Europa. Gli accordi di libero scambio di nuova generazione (come quelli conclusi con Canada, Corea del Sud, Giappone, Regno Unito ecc.), non hanno più soltanto una dimensione doganale, ma comprendono diverse altre questioni, tra le quali ostacoli tecnici agli scambi e al commercio, questioni fitosanitarie, investimenti, garanzie, ambiente e aiuti di Stato. Di grande importanza, per il nostro “Made in Italy”, è la presenza, negli accordi di libero scambio più recenti, di una specifica tutela delle indicazioni geografiche tipiche, che consente alle imprese di tutelarsi dalle violazioni “italian sounding” (e non solo) con strumenti legali anche nei Paesi esteri.

Dal punto di vista delle imprese italiane, un accordo di libero scambio avvia una grande prospettiva di espansione estera, potendo aprire un canale commerciale, in esenzione da dazi o limitazioni, in Paesi che normalmente tassano le importazioni e prevedono restrizioni di varia natura (contingenti daziari, standard tecnici), ma spesso tali vantaggi sono difficili da conseguire, in ragione della complessità applicativa. Per fruire di una riduzione o dell’integrale azzeramento dei dazi, infatti, è necessario dimostrare che il prodotto ha origine preferenziale, ossia che possa dirsi integralmente realizzato con materiali locali o che abbia subito un’ultima lavorazione sostanziale nel Paese, secondo una serie di regole estremamente tecniche e complesse: per questa ragione, soltanto una parte delle aziende riesce a cogliere tali opportunità, con grandi difficoltà per le piccole e medie imprese.

Soprattutto in Italia la principale criticità legata agli accordi di libero scambio è la loro scarsa conoscenza e applicazione da parte del mondo delle Pmi. Poche imprese italiane sono consapevoli della necessità di governare e selezionare la filiera delle forniture per allinearsi agli standard previsti dagli accordi. Senza figure specialistiche (export manager) e percorsi di aggiornamento costanti in materia per il personale aziendale le piccole e medie imprese hanno maggiore difficoltà ad accedere ai vantaggi dei Fta. Più competenze all’interno delle aziende e crescita della cultura del commercio internazionale sono fattori fondamentali per beneficiare concretamente degli accordi di libero scambio e quindi per sostenere l’esportazione del “Made in Italy” in questa nuova epoca del commercio mondiale.

 

(Fonte: Corriere Economia)

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