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Economia, l’inflazione fa meno paura. La crescita tra monopoli ed energia

Il ritornello è noto. Il 2024 si vota in mezzo mondo, Europa e Stati Uniti compresi. E farà la differenza chi ci sarà alla Casa Bianca e a Bruxelles. Noi italiani lo sappiamo bene, ce lo ricordano i 100 miliardi già incassati per il Pnrr e i 100 ancora da incassare. E allora che ne sarà dell’economia nel 2024?

La prima cosa è distinguere l’incertezza dal rischio. L’incertezza paralizza, il rischio si può considerarlo e in qualche caso misurarlo per agire di conseguenza. Spesso le elezioni sono alibi. Alibi per non fare. Soprattutto da parte della politica.

 

E invece inflazione, tassi di interesse, politiche fiscali e di bilanci in Italia come negli altri Paesi, continueranno a contare moltissimo. Per fare in modo che ai rischi si possa rispondere con strategie adeguate.

Anche il ritorno della geopolitica, guerre, invasioni, ha un fondamento evidente nell’economia. Il benessere diffuso ha permesso il rafforzamento di regimi come quello russo. La forza della Cina e la sua interconnessione con il resto del mondo impediscono di pensare a ritorsioni che possono trasformarsi in boomerang per l’Occidente.

Ci è sfuggito il fatto che la potenza economica non necessariamente si trasforma in motore di pace. Ma può essere usata per la guerra. Così come per consolidare monopoli. E i monopoli sono il vero nemico della crescita negli unici veri mercati aperti che sono quelli governati dalle democrazie.

 

Materie prime

Le terre rare sono quei materiali indispensabile per la produzione di batterie e comunque per la manifattura tecnologica, dalle turbine eoliche alle vetture elettriche. Secondo i dati raccolti dagli uffici della Commissione europea, Pechino detiene il 65% dell’estrazione di questi materiali e l’85% della raffinazione.

Il 35% delle terre rare è in Cina. Questa abbondanza è stata usata per buttare fuori mercato le altre nazioni praticando prezzi troppo bassi perché gli altri Paesi trovassero conveniente estrarli o investire in tecnologie per farlo.

Ecco che all’Europa, servirà uscire dalla dichiarazioni di intenti. La Cina mentre consumava e consuma carbone a più non posso inquinando il mondo, si preoccupava di consolidare il suo primato nella produzione di vetture elettriche, di impianti fotovoltaici ed eolici.
 

E lo stesso stanno facendo i Paesi produttori di fonti fossili ben felici di venderci petrolio e gas, incassare e investire in fonti rinnovabili. Un altro buon motivo per rafforzare l’Europa, non indebolirla. In palio c’è una cosa che si chiama energia.
 

L’energia

Già, l’energia. Quel motore delle attività economiche che per troppo tempo abbiamo dato come scontato. E che invece dopo l’invasione dell’Ucraina e oggi con la crisi in Israele è tornato come elemento destabilizzante. Lo choc russo che sembrava essere riassorbito è tornato alla luce dell’invasione di Gaza.

Secondo i ricercatori dell’Ispi al momento gli effetti sono ancora relativamente bassi. La domanda di petrolio sembra abbondantemente soddisfatta. E solo se dovesse prolungarsi la crisi per l’economia in un’Europa (e un’Italia) povera di materie prime e di fonti fossili crescerebbe l’incertezza.

Va rafforzata quella scelta di basare il Next Generation EU (alla base del nostro Pnrr) su transizione digitale ed ecologica. E fare in modo di ridurre i rischi da Paesi che democrazie non sono e che potrebbero un giorno decidere, come fanno i regimi, dall’oggi al domani di tagliarci forniture e tecnologie.

 

L’inflazione

Un quadro non confortante. Ma solo all’apparenza. Già nel 2022 e per tutto quest’anno il pessimismo su come sarebbe andata l’economia del Grande Occidente era palpabile. I prezzi dell’energia e l’inflazione in genere taglieggiavano salari e redditi bassi. Mettevano in forse spesa pubblica e privata.

Da marzo del 2022 la Federal Reserve, seguita a stretto giro dalla Banca centrale europea, aveva iniziato un rialzo dei tassi potente. Che è significato rendere più costosi quegli investimenti e i consumi unici antidoti alla recessione pur di fermare la corsa dei prezzi.

Ma l’economia occidentale si è mostrata ben più reattiva. Ancora una volta mercati aperti, concorrenza sono stati gli antidoti a situazioni obiettivamente difficili.

L’inflazione negli Stati Uniti e in Europa si è fermata. Negli Stati Uniti è dimezzata. E l’America nel terzo quadrimestre è cresciuta del 5,2%, percentuali cinesi avremmo detto un tempo. L’Europa abituata alle crescite anemiche dovrebbe attestarsi a un magro più 0,6%. Ma anche qui l’inflazione sembra iniziare a dare tregua.

La crescita

Adesso viene la parte meno facile. La Federal Reserve, guidata da Jerome Powell è stata sicuramente agevolata dall’aver trovato in Biden e nel suo Inflation reduction act (Ira) un alleato. Un’alleanza costruita sulle centinaia di miliardi iniettati nell’economia per aumentare la competitività, sostenere la crescita tentando di domare l’inflazione.

La Bce di Christine Lagarde dovrà dimostrare di sapere badare ai prezzi ma anche di non deprimere l’economia. Compito complicato dall’aver a che fare con perlomeno 20 Paesi dell’eurozona che aderiscono alla moneta unica, se non a tutti i 27 membri dell’Unione. Ma così come la Bce è stata persino troppo rapida nell’aumentare i tassi dovrà essere altrettanto veloce nel capire quanto una politica restrittiva possa minare le speranze di ripresa.

 

L’Italia

E l’Italia? Si muove, come sappiamo, zavorrata dal suo enorme debito che la costringe a pagare quasi 100 miliardi di interessi all’anno a chi ci presta denaro per mantenere lo Stato funzionante. Il governo ha varato una manovra di Bilancio di mantenimento. Ma in quella Finanziaria rintracciare elementi di spinta all’economia è difficile.

Di concorrenza non se ne parla. Anzi, tra taxi e balneari, la direzione sembra quella di salvaguardare rendite e corporazioni che sono causa di inflazione e corsa dei prezzi. Il 2024, secondo gli annunci, dovrebbe essere l’anno del ripristino di industria 4.0 in versione potenziata. C’è da sperarlo perché si è trattato del provvedimento che più ha agevolato investimenti e modernizzazione del sistema industriale negli anni passati.

E’ un errore continuare a pensare che l’Italia abbia un problema di denaro, di risorse. Con mille miliardi di spesa pubblica dovremmo invece iniziare a spendere meglio. E sarebbe il migliore aiuto alla ripresa: si convincerebbero cittadini e imprese che in questi anni hanno continuato a produrre ricchezza che i loro soldi sono e saranno ben usati.

E se la geopolitica è tornata, anche in Italia si deve comprendere quanto decisivo è stato e sarà l’essere in Europa. Contare cioè in quella che resta l’area economica più importante al mondo (più di Cina e Stati Uniti, tanto per essere chiari), e dove tutte le aziende e gli Stati vogliono esserci. Questione di valori e strategie. Più che di denaro. Per un Paese relativamente piccolo come l’Italia o si vince assieme all’Europa. O il futuro sarà più incerto. Non con più rischi.

 

(Fonte: Corriere della Sera)

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