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I dati economici e qualche enigma

Uno dei grandi enigmi dell’economia italiana riguarda l’identità dei fortunati proprietari di quegli otto castelli - uno in Basilicata, due in Lazio e Lombardia, tre in Piemonte - per ristrutturare i quali il governo sta spendendo un miliardo di euro (a debito) in Superbonus: circa 150 milioni in lavori solo negli ultimi due mesi. Ma sarebbe ipocrita prendersela con persone che si limitano a cogliere una possibilità offerta loro dalla legge. Anche perché ben altri enigmi aleggiano sull’Italia che nel 2023, fatto inaudito da generazioni, per il terzo anno di seguito è cresciuta più della media europea. Almeno altri cinque enigmi, dalla cui risposta dipende parte della serenità con cui possiamo guardare al futuro. Il primo riguarda le fonti di questa crescita. Lì dentro c’è senz’altro una robusta dose di vitalità del tessuto produttivo. In un 2023 in cui il commercio mondiale segna un calo in valore di circa il 5%, paralizzato da una serie di fratture drammatiche nell’ordine internazionale, l’Italia mantiene il valore totale del suo export e aumenta quello medio per singolo prodotto. Emblematico quanto accade nel rapporto con gli Stati Uniti. Nel 2023 i beni «made in Italy» fatturano in America 73 miliardi di dollari, secondo risultato in Europa dopo quello tedesco, con un avanzo commerciale sui beni di 44 miliardi: cresciuto di oltre il 30% rispetto alla fase pre-pandemica, abbastanza da contribuire da solo a circa due punti del prodotto lordo italiano.

Ma forse questa non è l’unica spiegazione, se l’Italia va un po’ meglio dell’Europa. Ed è qui che si presenta il secondo enigma. Perché i bonus innescati durante i lockdown hanno contribuito a quattro anni consecutivi di deficit a livelli da tarda prima repubblica. In parte erano spiegabili con la pandemia e poi con la crisi energetica; ma dal 2021 risultano, nettamente, i più alti d’Europa. Il più contenuto della serie, in termini relativi, è quello da 150 miliardi con cui l’Italia ha chiuso il 2023: un rosso da 7,2% del Pil. E con tanta spesa a debito non è strano che il rimbalzo post-Covid sia stato poderoso, ma l’anno scorso? Fra circa venti miliardi di Piano di ripresa e resilienza, più molte decine di miliardi in Superbonus, Industria 4.0 e altri crediti d’imposta - tutto sempre a debito - abbiamo messo a segno appena uno 0,9% di crescita. Cosa sarebbe successo, se non stessimo andando avanti a colpi di deficit superiori a qualunque esperienza degli ultimi trent’anni? Solo nell’ultimo trimestre del 2023 in Italia si devono essere spesi una quindicina di miliardi in Superbonus e, senza il conseguente balzo delle costruzioni, il Pil sarebbe rimasto quasi fermo. Di certo la molta legna che stiamo buttando nella fornace dell’economia non sprigiona molto calore. O la legna è di scarsa qualità, oppure la fornace ha bisogno di essere un po’ aggiustata.

Questo porta al terzo enigma: malgrado gli sforzi del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il Superbonus è davvero sotto controllo? Solo nei primi due mesi del 2024 si registrano nuovi oneri per lo Stato per altri 14,7 miliardi e crediti d’imposta con incidenza media sempre al 110%, come se le misure prese dal governo per ridurre l’incidenza del beneficio non stessero ancora mordendo. Possibile che sia solo l’ultima coda della grande ubriacatura di questi anni, ma sicuramente non è l’ultimo enigma dell’economia italiana in questi mesi.

Eccone per esempio un altro dal mondo reale, quello in cui le persone fanno la spesa e poi devono arrivare alle fini del mese: perché dopo la grande fiammata ormai l’inflazione in Italia è ormai vicina allo zero, la più bassa dell’area euro? In parte succede perché oggi l’impatto del calo dei prezzi dell’energia è più forte da noi (anche se molti consumatori non l’hanno ancora notato); ma in parte perché il potere d’acquisto delle famiglie è così logorato ormai che i venditori devono praticare sconti per muovere il magazzino: chiedere a certi produttori di pasta i quali, pur di limare i listini, hanno iniziato a comprare grano duro a poco prezzo dalla Russia.

Il quinto interrogativo riguarda infine l’efficacia reale delle riforme del Pnrr e soprattutto delle attuali riforme fiscali del governo: per le imprese queste ultime si riveleranno un favore o un calice avvelenato? Far sperare anche le più infedeli verso il fisco di poter dichiarare molto meno del reddito effettivo, grazie a un concordato, e poi di potersi liberare di eventuali cartelle esattoriali inevase dopo cinque anni, incoraggia le aziende stesse a mantenere bilanci non veritieri; dunque a non crescere, non aprirsi e non modernizzarsi.

A molte di queste domande non esistono risposte certe, se non una: è presto per concludere che il Paese non si possa risollevare, perché tutto va male; ed è presto per rimuovere l’economia dal vivo del confronto del Paese, come se ormai fosse magicamente risolta. Né l’una né l’altra cosa sono vere.

 

(Fonte: Corriere Economia)

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