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I fondi del Pnrr: un’occasione che per ora stiamo sfruttando

«Oggi è il tempo della prova di dare piena attuazione al Piano nazionale di ripresa e resilienza», «occasione storica per il Paese», ha detto nei giorni scorsi il presidente della Repubblica. Ma sul Pnrr si è passati dall’euforia al pianto e si alternano allarmi e domande. È convenuto avviare un intervento così ambizioso? Siamo capaci di realizzarlo o abbiamo fatto il passo più lungo della gamba e non bisognava, quindi, tentare? Abbiamo fatto tutto troppo in fretta, con obiettivi irrealistici, distorsioni, «governance» inadeguata?

I finanziamenti per il piano sono cospicui: circa 240 miliardi, che comprendono quelli per gli interventi in materia energetica e sono costituiti da 123 miliardi a debito, ma con un costo basso, 69 di sovvenzioni europee, 45 di fondi italiani ed europei. Iniziato nel 2021, avrà termine nel 2026, e comprende investimenti e riforme.

Finora, non possiamo lamentarci. Un buon esempio è costituito dai dati relativi alla giustizia. Il Piano ha messo al centro l’idea che la riforma debba servire al Paese, non ai giudici, e quindi assicurare decisioni sollecite. La durata dei processi civili è stata ridotta di quasi il 20% e di quelli penali di quasi il 30%. Per gli arretrati della giustizia può dirsi lo stesso, perché nei tribunali la riduzione è del 20%, nelle Corti di appello di quasi il 34%.

Ma i successi del Piano nazionale di ripresa e di resilienza vanno misurati anche in altro modo. Bisogna considerare, in primo luogo, la lezione di metodo. Il Piano sta insegnando allo Stato un modo di lavorare scandito da obiettivi, traguardi, accordi operativi, programmazione dei tempi, misurazione dei risultati. Uno stile ignoto alle strutture pubbliche, che lavorano sulla base di commi di leggi, navigando tra procure, giudici, Corte dei conti, Autorità anticorruzione, dimenticando i tempi, ignorando il merito, gli obiettivi e i risultati.

L’altra grande lezione del Piano di ripresa e resilienza è costituita dal modo in cui si è realizzato il «vincolo esterno», l’idea di Alcide De Gasperi, su cui Guido Carli ha tanto insistito: l’Unione Europea ha stabilito incentivi, l’Italia ha preso impegni, sono stati definiti di comune accordo obiettivi e orizzonti temporali, è stato stipulato un contratto. Quale modo migliore di realizzare l’ambizioso progetto di De Gasperi e di Carli?

Non tutto è fatto, vi sono ancora molti «colli di bottiglia» da eliminare e molti problemi aperti sui quali deve esercitarsi, più che il critico insofferente, il paziente innovatore. La capacità di spesa dello Stato è sempre ridotta: è una palla al piede che ci portiamo dai tempi in cui, parecchi decenni or sono, ci si lamentava dei residui passivi. Il personale pubblico è inadeguato perché la scelta è compiuta in maniera rudimentale e gli organici sono inquinati dal «sistema delle spoglie» e dalle stabilizzazioni. Le procedure sono farraginose e la discrezionalità della burocrazia ridotta al lumicino. Vi sono troppe centrali di committenza. Si presta un’insufficiente attenzione a quel che succederà dopo il 2026, quando lo straordinario aiuto dell’Unione Europea cesserà.

Su tutti questi temi dell’efficienza pubblica, che sollevano problemi sociali ed economici di grande portata, è bene che non si cimentino solo giuristi, perché la monocultura è dannosa. Gli studiosi delle altre scienze sociali dovrebbero dare il loro contributo, a partire dagli economisti e dagli scienziati politici, e così dovrebbero fare gli amministratori pubblici, che sembrano colpiti da afonia, perché questo grande compito, la «prova» di cui ha parlato il presidente della Repubblica, va superata nell’interesse di tutta la nazione.

 

(Fonte: Corriere della Sera)

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